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Squarci dal sottosuolo. Intervista con Antonina Nocera

Antonina Nocera (per molti Antonella, ma preferisce Nina) è un’insegnante di letteratura italiana, latino e storia, ma anche una studiosa e critica letteraria. Il suo saggio Metafisica del sottosuolo, edito da Divergenze, è stata l’occasione per ampliare i suoi studi orientati nell’ambito dostoevskijano. «Sono “comparatista”» ci dice. «Ma oltre alla saggistica ho un blog letterario dove promuovo l’editoria indipendente palermitana. E in più scrivo racconti per riviste culturali».

Nella nostra intervista abbiamo parlato di intrecci letterari, di Sicilia e del rapporto complicato tra gli intellettuali e la società contemporanea.

 

Anzitutto: come nasce questo libro Metafisica del sottosuolo?

 

L’idea è nata in seguito a un convegno nel 2019 per il trentennale della morte di Leonardo Sciascia. Ho studiato e analizzato Sciascia e ho scoperto che nel romanzo Il contesto – una sorta di “giallo aperto” – uno degli indagati tiene nel comodino una copia de I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Quando cita altri autori, Sciascia non lo fa per caso, ci vuol sempre dire qualcosa. Io nasco come studiosa di Dostoevskij. Il legame fra questi due autori mi ha incuriosito fin da subito. Mi sono “avventurata” perché sentivo di doverne sapere di più e sono riuscita a trovare un filo conduttore che mi ha portato a scrivere Metafisica del sottosuolo.

Il tema che accomuna due libri di Sciascia – Il contesto e in parte Todo Modo – e Delitto e castigo e I fratelli karamazov di Dostoevskij è quello del delitto, che diventa il superamento di una certa “soglia”; o di un tabù, come dice Sciascia in un suo saggio. Per Dostoevskij, quel tabù è Dio. Per Sciascia sono le regole sociali. In questo senso basti pensare ai turbolenti avvenimenti italiani degli anni Settanta.

Un altro punto in comune è il “sottosuolo”. E i personaggi dediti al potere. Penso a Riches del Contesto di Sciascia e al Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov. Vi è anche una analogia sottoforma di parodia nella descrizione dei due personaggi.

 

Hai un legame speciale con la tua casa editrice Divergenze

 

Metafisica del sottosuolo ha inaugurato la collana (ec)citazioni dedicata ai saggi brevi. Attualmente sono la responsabile di Augeo, un progetto che nasce da dei seminari informali: in altre parole da “discussioni” tra studiosi. Da questi dialoghi informali nascono dei libri. Nessuna nota e nessuna citazione: è un dialogo vivo, più che accademico. Non è il classico metodo che vede il “professorone” parlare e gli altri che rispondono a ruota. In questi progetto sono tutti sullo stesso piano. Una tavola rotonda! Per ora è uscito il primo dialogo tra scienza e filosofia. Stiamo già lavorando alla seconda uscita ma… il tema è top secret per ora.

Sono libri che non vogliono spaventare con un linguaggio troppo lontano dall’ordinario. L’accademia esiste già, certi libri sono destinati ai corsi universitari. In questo caso abbiamo voluto creare un’altra dimensione: una cultura più agile e vicina, intelligente e che sappia riflettere; una cultura fatta di contenuti elevati, ma che nella forma e nel modo di porsi sappia essere più vicina ai giovani e a chi non ha gli strumenti culturali per approcciare i testi accademici.

Anche i costi rispettano questo principio: la nostra è un’editoria etica e i contributi degli autori vengono devoluti a Emergency.

 

A proposito di “studiosi”: oggi la figura dell’intellettuale sembra svanita nel nulla. Eppure in Italia abbiamo avuto tante menti pensanti capaci di fare una critica della società. Penso a Pasolini, per esempio…

 

Figure paragonabili a Pasolini non ne vedo in giro. Ci sono dei pensatori, delle menti interessanti, dei filosofi che hanno una certa “elevatura”, ma non c’è quella dimensione di personalizzazione; quel “io ci metto la faccia”, come fu per Pasolini. Questo può accadere solo se la tua critica diventa un pensiero fisico, se ti esponi con la tua persona. L’intellettuale di quel tipo non fa l’accademico da una torre d’avorio ma si espone con il proprio volto e la propria vita. Ha delle idee ma, soprattutto, le mette in pratica.

L’esposizione come intellettuale di Pasolini si è legata alla sua fine. È l’idea che diventa reale. Kurt Cobain è stato più intellettuale di tanti nostri presunti intellettuali di oggi; era immerso, era quello che diceva, qualcosa capace di rompere gli schemi, di aprire una breccia nei cuori e nelle menti.

Oggi c’è la volontà di twittare, di mettere tutto sui social e di rimanere al sicuro in poltrona. È facile “legiferare” dal proprio smartphone, fare numero coi follower: si interpreta un pensiero collettivo. A volte parliamo di personaggi che “ce l’hanno fatta” e che si sono creati una loro identità sul web. Che dire? “Va di moda”. Ormai siamo tutti schiacciati dal peso dell’anonimato; se non si dice o non si fa qualcosa, si diventa un numero tra i tanti. Ma chi diventa un “personaggio” rimane poi schiavo del successo. In situazioni del genere ti trovi di fronte un pubblico amorfo e morto, oltre che anonimo. È come avere un interlocutore fantasma.

La figura dell’intellettuale è cambiata dall’avvento dei social, almeno rispetto agli anni Ottanta e Novanta, anche se già allora trovavo figure più interessanti nella musica piuttosto che nella letteratura. Un esempio è Giovanni Lindo Ferretti, storico leader dei CCCP. Un poeta, più che uno scrittore.

 

Tu sei nata, vivi e lavori in Sicilia. Che aria si respira in questo periodo? Il fenomeno delle migrazioni dal sud al nord non sembra un ricordo del boom economico…

 

No, anzi, oggi è un fenomeno ancora più esteso. Ma non è più solo una questione del sud. Tutti i ventenni sono andati via per studiare. È spiegabile, per me, in termini di una prospettiva lavorativa. Le università siciliane sono ottime, ma spesso si guarda al futuro e ci si comincia ad abituare all’idea di andare fuori, in vista di un trasferimento all’estero per lavorare. Effettivamente, per un giovane italiano, portare avanti certe professioni come l’architetto, l’ingegnere, l’avvocato – quelle professioni tanto in voga negli anni Novanta – è oggi molto difficile, quando non impossibile. Negli ultimi anni la professione libera è stata falciata. I giovani capiscono che se non emigrano rischiano di finire disoccupati e questo ha un peso determinante in una scelta del genere.

Ci sono famiglie che rimangono qui e restano senza figli. Ne vedo parecchie di situazioni del genere. E poi noi siciliani abbiamo la “sindrome dell’isola”: quando partiamo non lasciamo soltanto una regione, ma un continente; usciamo da un’intera mentalità.

 

Sul fronte della letteratura? C’è qualche autore contemporaneo in cui rivedi quella voglia di scendere nei sottosuoli?

 

Anche Dostoevskij può essere contemporaneo a noi (se lo si vuole) come tutti gli autori classici. Bisognerebbe “solo” andare oltre le tendenze e le mode. E ritornare a leggere i classici prima ancora che la letteratura contemporanea. Il romanzo europeo dell’Ottocento è la base, un po’ come la cultura classica: Omero e Seneca sono all’origine della poesia occidentale. Poi si può leggere di tutto. Si dice che alcuni autori siano pesanti e vengano visti come “mattoni”. Se si superano le 200 pagine, sei giudicato pesante. Oggi si va verso una narrazione che si muove in superficie, che deve solo “accarezzare”. I classici invece ci interrogano sulle vere questioni su cui abbiamo paura di essere “solleticati”: il destino, la colpa, ciò che siamo, il male, le contraddizioni umane. Le questioni della grande tragedia greca, in fondo.

Questo tipo di letteratura non riscontra il gusto dei lettori odierni. Magari c’è qualche novello Joyce, Proust o Dostoevskij da qualche parte, ma sono quasi certa che riceverebbe una bella lettera da una casa editrice: “Lei non rientra nella nostra linea editoriale”. Forse un Tolstoj riuscirebbe a cavarsela col suo grande romanzo borghese. Questo filone ancora resiste, c’è chi si butta nel romanzo familiare. Ma nessuno vuole andare nei sottosuoli. Forse hanno paura di fare la fine di Kurt Cobain. Il nostro non è il tempo degli abissi, è l’era del surf, dove si viaggia in superficie.

 

Tu sei anche un’insegnante. Com’è stato vivere la scuola in tempi di pandemia?

 

All’inizio è stato traumatico. La chiusura in particolare, così improvvisa, ha scosso i ragazzi. C’è stata poi una certa ritrosia a mostrarsi nello schermo di un telefono o di un tablet durante la DAD, oltre che pudore. Forse perché attraverso uno schermo abbiamo lasciato entrare gli altri nell’intimità delle nostre case. Non è un passaggio scontato. Ho avuto io stessa qualche difficoltà. Finché lo fai con un’amica va bene, ma farlo con un’intera classe è stato non immediato e un pochino traumatico. Molti indossavano felponi pesanti, si “nascondevano”.

La DAD ha scoperchiato un gap di tipo tecnologico non indifferente. Non tutti avevano un tablet o un dispositivo sempre collegato. E non si poteva porre alcun rimedio, almeno nella prima fase. Abbiamo affrontato una tempesta sopraggiunta all’improvviso.

Nella seconda fase, però, ci siamo equipaggiati, e anche un po’ “abituati” alla DAD. Può funzionare come didattica emergenziale, come un ausilio alla didattica tradizionale. Ma non può sostituire l’incontro in classe. Il potere del dialogo si perde nello schermo.

Claudio Santoro

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